La missiva è una firma socialmente prestigiosa, donna industrialmente affermata, in carriera e soprattutto calabrese e nata proprio lì, nelle campagne di arance del Coriglianese. Si chiama Francesca Chaouqui ed è direttore delle relazioni esterne della multinazionale Ernst & Young Italia. Già il titolo della lettera dice molto anche se non tutto: “Sono scappata da lì, lei non c’è riuscita”. Il riferimento è ovviamente a Fabiana, intrappolata e insanguinata nella sua terra, troppo giovane per fuggire lontano da una Calabria che la manager descrive arcaica e malefica, con pregiudizi e preconcetti che rendono impossibile la vita delle donne. Chaouqui è netta quanto, lo si percepisce, emotivamente coinvolta. Donna anche lei di una Calabria che nonostante tutto rimane indelebile nelle sue vene ma anche infinitamente rammaricata per le asprezze e per il conto che giornalmente presenta, soprattutto alle donne. «Dalle nostre parti si fa voto a San Francesco di Paola per avere un maschio, in Calabria tutte le donne vogliono un figlio maschio, ancora oggi. Se nasci femmina la tua stessa venuta al mondo disattente la volontà di chi dovrebbe amarti incondizionatamente» si legge tra le prima righe della lettera. E giù poi le miserevoli e incivili circostanze culturali che, secondo la Chaouqui, mettono le donne calabresi sin dalla nascita in una condizione di doppia inferiorità. La prima perché ti volevano maschio, scrive. La seconda perché una volta al mondo e una volta donna sei poi ghettizzata per i tuoi amori giovanili, i tuoi desideri inconfessabili, le tue aspirazioni. Finquando, dalla maledetta Calabria scrive la manager, non sei costretta ad andar via e anzi sono i tuoi stessi genitori che se possono ti mandano via. Lontano, il più lontano possibile da una regione che toglie il respiro, toglie il progresso, toglie il sogno, toglie la speranza, alle donne talvolta toglie anche la vita. La lettera chiude così: «Dentro di noi però portiamo il peso degli insegnamenti che il piacere, la libertà sono cose da maschi, ci ribelliamo ma difficilmente ce ne liberiamo del tutto. Noi calabresi oggi siamo tutte Fabiana, chi è rimasto e chi come me è andata via, ma un pezzo del mio cuore è ancora lì, nonostante tutto».
Quando una donna in carriera viene da lì, da quelle sterminate campagne che seminano odori di arance, il rispetto di partenza è come minimo garantito. E alzi la mano, o il mouse del suo pc, chi non se la sente in cuor suo di condividere le ferite che una donna della nostra terra è costretta a sopportare più che altrove, forse meglio che altrove. Da qui, vista da qui, la scalata sociale ed economica è decisamente più in salita, più insidiosa. In questo senso la lettera pubblicata sul Corriere è un manifesto ma oltre non si può andare. Oltre proprio no. L’atteggiamento generale di chi scrive la lettera così del resto come delle stesse pagine del Corriere e diciamo pure di tutta la stampa nazionale che sta spulciando nel drammatico caso non è proprio onesto con il popolo calabrese, universalmente inteso. Mai come nel passato (dove pure c’è stato sangue intimo e terribile vedi Taranto, più volte Perugia, la Sicilia o la Campania) non è la cronaca che precede un drammatico testo di provincia sui quotidiani ma è direttamente il contesto, il commento, l’analisi. E la Calabria diventa dura, aspra, silenziosa, piena di gesti incomprensibili, insopportabile. Il risalto mediatico è immediatamente concentrato sul contesto sociale, culturale, sulla rabbia di chi vorrebbe già morto l’assassino, sulla ragazza e la sua vita da non raccontare a nessuno. Poi viene la cronaca, la fredda cronaca. La lettera di Chaouqui sarà seguita da polemiche, anche aspre. E noi non ce le auguriamo anche perché non ci piacerebbe quella risposta calabrese tipica di questi casi dove improvvisamente si tira fuori la Magna Graecia, la cultura infinita di chi ci ha preceduto, il mare, i sapori, il cuore grande dei contadini. Non ci piace neanche questo pianto “greco” perché poi infondo non è neanche così la realtà, o non del tutto così. La giustezza, la saggia e salutare via di mezzo, lo sguardo concreto e onesto verso la realtà. Questo ci piace e ci piacerebbe. E con questo sguardo la Calabria non è assassina e incivile con le donne ma non è neanche il Paradiso del Mediterraneo. Da noi si muore, si muore dentro spesso prima che fuori. Da noi il male quando si ci mette sa essere male più che altrove ma non fa eccezione la Calabria che pure si porta appresso le sue miserevoli vicende quotidiane. Non fa eccezione perché senza rimanere appesi sotto un fico alle due del pomeriggio come è toccato a Fabiana si può finire lo stesso sgozzati (come è accaduto e accadrà) anche a Roma, a Milano, per non parlare di Londra, New York. Non è la terra d’origine che uccide ma è l’uomo, il suo tempo. Generalizzare è uccidere altrettanto, se non di più. Fabiana, del resto, forse non sarebbe neanche andata via come la giovane manager in carriera che ha scritto la lettera sul Corriere. E avrebbe fatto fortuna o sarebbe stata semplicemente felice nella sua Corigliano, tra il mare e l’arance. Ha solo avuto la maledetta sfortuna d’incrociare il ragazzo sbagliato, il mostro che non t’aspetti e che ci può stare ovunque. È lei che bisogna piangere. Tutto il resto non conta.
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Orrore di Corigliano, lettera choc sul Corriere. Sarà polemica
È destinata a lasciare il segno, e probabilmente non in positivo, una lettera apparsa stamattina a pag 18 del Corriere della Sera, a corollario di due pagine che il primo quotidiano nazionale dedica all’orrore di Corigliano, il mostruoso omicidio di Fabiana Luzzi nemmeno sedicenne che ha sconvolto l’intero Paese.



