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(Tempo di lettura: 2 - 3 minuti)

Io sono Nadir, dal Senegal a Reggio Calabria

Un viaggio lungo, senza speranza, continuamente accompagnato dalle

lacrime di disperazione di un popolo che non sa dove andare.

“Ciao, io sono Nadir”, queste le prime parole di un bambino di soli 11 anni, originario di un piccolo paesino del Senegal, lì dove anche la speranza è rimasta scottata da un sole che non ha compassione di niente e nessuno.

Nadir è arrivato sulle coste della Calabria da meno di un mese, precisamente nel porto di Reggio Calabria e da qui, proprio da questo piccolo paradiso che ha accolto il barcone, Nadir ha iniziato il suo percorso.

“Quando siamo partiti eravamo tutti così spaventati, non sapevamo cosa avremmo trovato dall’altra parte del mare, dall’altra parte del mondo. Forse non saremmo mai riusciti neanche ad arrivarci, forse la mia vita sarebbe finita lì, in mezzo al mare. Io non so neanche nuotare.

Mia madre è morta, mia papà è un grande lavoratore… ho due fratelli che non conosco, non so neanche dove siano finiti, sarebbe stato davvero bello poterli incontrare, giocare insieme.

Non vado a scuola, non posso farlo. Passo il mio tempo in strada, o aiuto il mio papà, ma sono ancora troppo piccolo… non ce la faccio!

Così, una mattina, mio padre mi ha svegliato gridandomi che saremmo andati via, e così abbiamo fatto.

La barca, nella quale eravamo più di trenta, era davvero così piccola… tutti ammucchiati, appiccicati, sentivo l’odore della pelle di chi mi stava vicino. Una donna accanto a me aveva un pancione enorme. Chissà quale sarebbe stato il futuro di quel bambino.

Il viaggio è durato talmente tanto… non ricordo quanti soli ho visto tramontare e quante albe sorgere, ricordo solo il freddo, la fame, la paura e la speranza.

Un viaggio come il nostro non è cosa da pochi, mi hanno sempre parlato del pensiero che molto paesi hanno riguardo agli emigrati, noi siamo un popolo in fuga, un popolo che soffre e che sta cercando solo un ombrello sotto il quale ripararsi durante la pioggia.

Chissà che fine hanno fatto i miei amici? Non credo che li rivedrò mai più. Vivere in Senegal è davvero così difficile, ogni giorno è una sfida, mangiare è un onore. Quando arrivi a fine giornata, vivo e con la pancia piena, lì puoi dire davvero di essere fortunato.

Per me partire è stato non solo un grande cambiamento ma, allo stesso tempo, ho perso anche parte di me. Io oggi non so chi sono, non so chi sarò e cosa farò, non so cosa ne sarà della mia vita. Quando cambi così drasticamente la tua esistenza hai bisogno di ricostruirti, mattone per mattone. Devi cercare la tua identità e combattere contro il popolo che ti ospita, spesso troppo bigotto e attento alla tua nazionalità, più che a quello che sei veramente.

Oggi sono ancora a Reggio Calabria, in una casa che ci accoglie tutti, la mia nuova casa. Ho anche imparato l’alfabeto e sto piano piano imparando anche a leggere. Pochi mesi fa ho visto un film in televisione, insieme ad altri bambini, nel quale si raccontava la storia di una famiglia felice: mamma, papà e due figli.

Spero questa sarà la mia storia, spero tanto che i miei figli non dovranno mai patire il dolore che ho passato io, io insieme a mio padre.

Ogni viaggio è una scommessa che purtroppo, non si vince quasi mai”.

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