Protagonista indiscusso del dibattito è stato il dialetto calabrese, accuratamente trascritto, insieme a proverbi, poesie e racconti popolari, ne “Il dizionario delle 5 Calabrie + 2” dal Cavalier Gregorino Capano, che dal 2003 va in giro per la Calabria – e non solo – a raccogliere informazioni, intervistare la gente più anziana e intercettare l’origine di ogni vocabolo.
Accanto a lui, Fabio Guarna e la professoressa Ornella Ieropoli, che si è divertita a trovare ed esporre alle classi del Guarasci le impressionanti somiglianze esistenti tra il dialetto calabrese e le lingue greca, latina e araba.
Il compito di introdurre l’autore e raccontare un po’ della sua vita è toccato a Giovanna Vecchio, presidentessa dell’associazione “Arca”, una donna che ama studiare e non si stanca mai di imparare. Profondamente convinta dell’importanza della lingua popolare, ha letto fiera la dedica che il filologo tedesco Gerhard Rohlfs ha regalato ai calabresi in quello che è stato il primo dizionario dialettale della terra maggiormente sottovalutata dell’intera penisola.
“A voi fieri calabresi”, scrive Rohlfs nel 1932 “che accoglieste ospitali me straniero nelle ricerche e indagini infaticabilmente cooperando alla raccolta di questi materiali dedico questo libro che chiude nelle pagine il tesoro di vita del vostro nobile linguaggio”.
Un vero onore, no?
Ma allora perché, nonostante le belle parole spese dal tedesco per lodare un aspetto così caratteristico, la stragrande maggioranza dei calabresi si sente costantemente piazzata in ultima posizione, “mai abbastanza”? È che sono loro i primi a buttarsi giù, si credono frutti marci di un albero che non può tornare a splendere.
Si tratta di un pregiudizio assolutamente sbagliato che deve sparire. Come? Intanto si dovrebbe cominciare a capire che la Calabria non è da disprezzare, che vale e che non è una terra senza alcuna speranza.
Esattamente come Giovanna Vecchio, ogni calabrese dovrebbe sentirsi fiero di esserlo.
Erica Mellace Liceo Scientifico Guarasci



