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Quei passi infiniti verso la libertà perduta

(Tempo di lettura: 2 - 3 minuti)

Al Museo lo spettacolo di Fabio Butera, diretto dallo stesso Butera insieme a Luca Michienzi, prodotto dalla compagnia Teatro del Carro Pino Michienzi

Da solo, sempre più bravo, e intenso nel suo essere fisico e poetico, l’attore Francesco Gallelli ci racconta la storia di un gruppo di anarchici calabresi

CATANZARO – Passi che scandiscono il tempo infinito che scorre in una cella. Sono l’orologio, i battiti, il metronomo di una vita in gabbia, spenta dalla libertà privata, che si lega ai pensieri e ai ricordi, gli unici che possono correre senza vincoli, oltre le sbarre. Oggi come cento anni fa. 

 “Passi sulla mia testa” lo spettacolo di Fabio Butera, diretto dallo stesso Butera insieme a Luca Michienzi, prodotto dalla compagnia Teatro del Carro Pino Michienzi, diventa metafora della libertà cercata e persa: tanto dal bisogno, quella che cento anni fa come allora, spingeva gli uomini a salire su una nave senza meta per conquistare uno spazio nel mondo; tanto dalla necessità di affermare un valore, un principio, che non può essere represso e soffocato. 

Da solo, sempre più bravo, e intenso nel suo essere fisico e poetico, l’attore Francesco Gallelli ci racconta la storia di un gruppo di anarchici calabresi nella Chicago di inizio '900. Oggi come all’inizio del XX Secolo, vediamo i calabresi emigrare, mentre sbarcano sulle nostre coste profughi in cerca di un futuro. Oggi come allora accomunati dal sogno di migliorare le proprie condizioni di vita; ma anche per protesta, per trovare e conquistare la libertà di essere se stessi. 

Una storia che prende corpo tra le pareti bianche e le opere scure di Roberto Fanari, la mostra dal titolo “Unseen” in esposizione al Museo Marca di Catanzaro eccezionalmente palcoscenico senza filtri né barriere, grazie alla collaborazione della Fondazione Rocco Guglielmo.

Nello spettacolo “Passi sulla mia testa”, la drammaturgia di Fabio Butera si basa su una poesia di Arturo Giovannitti – The Walker –, su tre frammenti poetici, in dialetto calabrese, di Michele Pane – CapitabussaForebanditaAzzarelleide – e su di un frammento di un articolo di Emilio Grandinetti. I tre, amici fraterni, parteciparono a diversi livelli alla lotta per l'emancipazione sociale e materiale della comunità italo-americana e dei lavoratori in genere.

E all’interno di questo contesto particolare che diventa contenitore e macchina nel tempo, dove la luce disegna e proietta ombre sul passato e sul futuro, le lingue si mescolano al dialetto delle origini come in una inquietante Babele, un frammento di storia prende viva e diventa omaggio a quelli che i manuali di storia nordamericani descrivono come “sovversivi rivoluzionari”. Orgogliosamente calabresi.

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