(e per una corretta e attenta opposizione) che e' quello, che, come e' avvenuto l'altro ieri, inaugura giardini nelle scuole, con la collaborazione della Provincia di Cosenza, costruisce scuole, chiese, parchi, strade, che privilegia la cultura, e' la citta' sede della Universita' della Calabria, tiene pulita la citta'. Rende - dice Corbelli - e' una citta' solidale, che ha consentito, con l'allora sindaco Sandro Principe, al Movimento Diritti Civili di salvare due fratellini rom non vedenti, Marko e Branko, piccoli immigrati che da oltre 10 anni il comune rendese continua ad aiutare, e non e' certo una citta', un'amministrazione comunale condizionata dalle cosche mafiose, un'accusa questa che lascia sconcertati, che e' inverosimile. Rende e' esattamente il contrario: ovvero e' un comune modello agli antipodi della cultura mafiosa. Il lavoro dei magistrati e dei giudici va sempre rispettato, ma quando non si condividono certe iniziative si deve avere il coraggio e l'onesta' di dirlo. E' quello che sto facendo anche per il cosiddetto "caso Rende". La Dda di Catanzaro - aggiunge Corbelli - potra' fare tutte le indagini che ritiene opportuno e doveroso fare, potra' rivoltare il comune come un calzino (a proposito c'e' da chiedere come mai i magistrati abbiano concentrato la loro attenzione in modo cosi' capillare su Rende, un comune che certamente nella sua lunga storia non e' mai stato in odor di mafia), ma non potra' mai dimostrare quello che e' indimostrabile, perche' e' assolutamente contrario alla verita' e alla storia di Rende, ovvero che il comune di Rende e' condizionato dalla criminalita' organizzata. Questa ipotesi, per la vicenda che ha visto coinvolti due ex amministratori, l'ex sindaco Umberto Bernaudo e l'ex assessore Pietro Ruffolo, gia' bocciata dal gip e dal tribunale della liberta' di Catanzaro e con, due diversi pronunciamenti, dalla Cassazione (tutti hanno escluso l'aggravante mafiosa) non potra' che essere confermata anche dopo le perquisizioni di oggi, che non serviranno certamente per giustificare il grave errore del prefetto di Cosenza, Raffaele Cannizzaro, di mandare la commissione d'accesso antimafia al comune".



