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Giornate antropologiche a palazzo de Nobili : Donne e ‘Ndrangheta al centro dell’incontro

E’ stato l’assessore alla Pubblica istruzione, Antonio Sgromo, ad accogliere nella sala del Consiglio comunale

la giornalista Michela Mancini che con il seminario “Parlo dunque sono (pazza)” ha aperto il secondo ciclo di giornate antropologiche dal tema “Di donna in donna tra arte follia e creatività”, avviato sin dai primi mesi dell’anno dall’amministrazione comunale. 

Michela Mancini, catanzarese di nascita, nella sua giovane carriera ho raccontato soprattutto storie di donne, fuori e dentro la ‘ndrangheta, che hanno dato vita all’inchiesta “Cose d famiglia, figli ostaggio della ‘ndrangheta”. E’ stata vincitrice del premio “Francesco Tramonte”, con l’inchiesta “Dalle madri ai figli, se la ndrangheta perde i suoi soldati”, e del secondo premio di giornalismo d’inchiesta del Gruppo dello Zuccherificio di Ravenna. Pazze, depresse e dissolute: così vengono definite le donne che hanno deciso di collaborare con lo Stato per scappare dalla ‘ndrangheta. Questo il tema portante, che ha catturato l’interesse degli studenti e del pubblico presente, da cui è scaturita la riflessione sulle trasformazioni dettate dai nuovi comportamenti delle donne. Donne che lavorano contro le mafie, creatrici di nuove pratiche di resistenza al Nord come al Sud, oppure donne di mafia, testimoni e collaboratrici di giustizia, che si sono ribellate al sistema. Eppure è la follia lo strumento per screditare le accuse mosse alle famiglie mafiose da queste donne che hanno inferto ferite profonde nel sistema delle ‘ndrine calabresi. Le storie di Maria Concetta Cacciola, Giuseppina Pesce e Lea Garofano hanno completato il quadro di un dibattito di genere che non solo ha visti protagonisti studenti e docenti ma lo stesso assessore Sgromo, avvocato penalista, che ha fornito ai presenti spunti di riflessione sugli aspetti giuridici del tema trattato. Michela Mancini ha così raccontato la sua esperienza: “Mi piaceva – ha detto - l’odore della carta ammucchiata sopra la scrivania, il rumore dei tasti e tutte quelle cose che “sanno” di giornalismo. Scrivere di mafia non è solo un atto di responsabilità, ma anche un modo per capire da dove veniamo e dove vogliamo andare. Vorrei continuare a fare inchiesta e che il giornalismo servisse a qualcuno”.
(red. cn)
In allegato foto dell’incontro con Michela Mancini

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