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Detenuto malato di tumore chiede aiuto a Corbelli

COSENZA - Il leader del movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, denuncia "il dramma umano e rivolge un appello alle autorita' preposte per un detenuto calabrese L . C. , che sconta una condanna in un carcere del Lazio,

malato di tumore, in fin di vita, attualmente ricoverato in un ospedale laziale, che chiede, di poter ottenere, prima di morire, gli arresti domiciliari e far ritorno nella sua casa in Calabria". Corbelli spiega che "quest'uomo dal letto dell'ospedale ha trovato la forza e il coraggio di scrivermi una lettera per chiedere aiuto. Dottor Corbelli - si legge nella lettera - la mia vita dal 28 novembre del 2012 e' diventata un inferno. Mi e' stato diagnosticato un tumore, un linfoma con grandi cellule, per il quale ho gia' fatto 12 cicli di chemioterapia, devo fare un altro ciclo, per completare, e poi iniziare subito la radioterapia. Mi e' stato detto che sono in pericolo di vita. Staziono 24 ore su 24 in una stanza dell'ospedale nel reparto di medicina protetta, non vedo e non parlo con nessuno; una volta al mese vedo i mie familiari che vengono dalla Calabria a trovarmi. Insomma sono lasciato da solo a morire. Quello che chiedo, per il mio grave stato di salute, che e' assolutamente incompatibile con il regime carcerario, come hanno certificato la direzione sanitaria del carcere e dell'ospedale, sono gli arresti domiciliari. La prego di aiutarmi ad esaudire questo mio ultimo desiderio".Corbelli afferma: "Ancora una volta dall'inferno delle carceri viene fuori il dramma umano di un detenuto gravemente malato. Non conosco questo recluso, ne' la sua vicenda processuale. So solo che il suo disperato e accorato grido di aiuto non puo' e non deve cadere nel vuoto. Un Paese civile, uno Stato di diritto ha il dovere di rispettare i diritti delle persone recluse. Quel detenuto malato di tumore e in fin di vita non puo' e non deve restare in carcere o recluso in un ospedale, deve ottenere immediatamente gli arresti domiciliari. Vorrei ricordare a certi magistrati calabresi, procuratori capi e sostituti-e, che si preoccupano solo di apparire sui giornali e nelle televisioni, con inchieste, in diversi casi, solo mediatiche, che chi entra in carcere non perde certo i suoi diritti. Soprattutto se e' malato di tumore e rischia di morire in cella. Abbandonarlo, dimenticarlo in carcere e lasciarlo morire e' un fatto disumano, indegno di un paese civile".

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